Gerarchi in fuga: dove scapparono i nazisti, chi li aiutò e chi li accolse

La fine del conflitto mondiale nel 1945 non coincise con la fine della parabola dei suoi protagonisti. Se alcuni furono processati a Norimberga, moltissimi responsabili dello sterminio degli ebrei e di crimini di guerra riuscirono a tornare a casa indisturbati o a intraprendere lunghe fughe verso l’estero. Per questi uomini, la sconfitta militare non rappresentava una sconfitta ideologica: molti covavano la speranza di una “seconda possibilità”, magari del sorgere di un Quarto Reich, mantenendo intatti i propri principi antisemiti e totalitari.

Le “Ratlines” e le complicità eccellenti – La mostra mette in luce come l’Italia sia stata uno snodo fondamentale per queste fughe. Attraverso le cosiddette “Ratlines”, organizzazioni segrete come ODESSA o Stille Hilfe agirono quasi come agenzie di viaggio, fornendo vitto, alloggio e documenti falsi per l’espatrio. Incredibilmente, tali reti godettero della connivenza di alte autorità: spiccano le figure di prelati della Chiesa cattolica, come il vescovo Alois Hudal, animati da un acceso anticomunismo che li portava a considerare gli ex nazisti come “nemici del proprio nemico”. Anche istituzioni come la Croce Rossa Internazionale e la Mezzaluna Rossa Araba furono coinvolte nel rilascio dei passaporti necessari alla fuga.

 

 

 

Destinazioni e nuovi incarichi: Sud America e Medio Oriente

Il percorso espositivo si snoda tra le principali mete d’esilio:
– Argentina e Sud America: Il regime di Juan Perón organizzò una vera rete di salvataggio, attirando esperti per modernizzare l’industria e l’esercito argentino. Qui trovarono rifugio figure come Adolf Eichmann (sotto il nome di Ricardo Klement), il “medico di Auschwitz” Josef Mengele e il colonnello coinvolto nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, Erich Priebke.
– Medio Oriente: In Egitto e Siria, regimi militari accolsero gerarchi come Alois Brunner e Johann von Leers per impiegarli nella propaganda antisemita e nell’addestramento militare contro il neonato Stato di Israele.

 

 

 

 

L’invisibilità delle donne e la caccia ai colpevoli

Un focus particolare è dedicato alle donne delReich: ausiliarie e sorveglianti che, a differenza dei colleghi maschi, spesso non ebbero bisogno di “ratline” strutturate, riuscendo a mimetizzarsi nella società post-bellica cambiando semplicemente cognome attraverso il matrimonio.

Infine, la mostra rende omaggio ai “cacciatori di nazisti”, figure come Simon Wiesenthal, i coniugi Klarsfeld e il procuratore Fritz Bauer, che dedicarono la vita a rompere il muro di silenzio e indifferenza delle magistrature nazionali per consegnare i criminali alla giustizia.

L’esposizione si avvale di una ricca documentazione grafica e fotografica, offrendo uno sguardo che va oltre la cronaca per interrogare la memoria storica e la responsabilità civile.

Informazioni

Da lunedì a giovedì 10:00 – 19:30

Venerdì 10:00 – 16:00

Domenica 10:00 – 18:00

Ultimo ingresso 45 minuti prima dell’orario di chiusura

Chiuso sabato e festività ebraiche

Museo Ebraico, via Valdonica 1/5 – Bologna

Per informazioni e prenotazioni visite guidate alla mostra per scuole e gruppi
e-mail: didattica@museoebraicobo.it
tel. 349 5480585 | 051 6569003

Piazza Lucio Dalla – Bologna

In collaborazione con Comunità ebraica di Bologna

Con il patrocinio di Comune di Bologna | Città Metropolitana di Bologna | Assemblea Legislativa e Giunta della Regione Emilia-Romagna | Alma Mater Studiorum – Università di Bologna | Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI)

 

 

 

 

 

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Fonte: Museo Ebraico Bologna