(François Arago, Presentazione dell’invenzione della fotografia all’Accademia delle Scienze di Parigi, 7 gennaio 1839)
Il progetto espositivo nasce dalla constatazione del ‘primato’ dell’Urbinate nell’ambito della fotografia di documentazione del patrimonio. Tale supremazia è stata innanzitutto temporale. Le opere di Raffaello sparse in tutta Europa furono oggetto della prima ricognizione fotografica su larga scala dedicata a un artista, voluta dal principe Alberto d’Inghilterra e realizzata tra il 1853 e il 1876. Questa impresa evidenziò i limiti del nuovo mezzo nella restituzione dei rapporti tonali dei dipinti; ma anche le sue grandi potenzialità per la documentazione di altri oggetti artistici. Grazie all’adozione di raffinate tecniche di stampa, i fotografi giunsero ben presto a produrre foto con le identiche misure e tonalità dei disegni originali: veri e propri fac-simile che molto contribuirono alla conoscenza del corpus raffaellesco e, più in generale, all’allargamento e ‘democratizzazione’ degli studi sulla grafica.
L’esposizione
L’esposizione prende avvio dalle riproduzioni al carbone e in collotipia prodotte a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento.
Dall’inizio degli anni Ottanta i progressi tecnici condotti sulle emulsioni fotografiche permisero di raffigurare in maniera efficace e diretta i capolavori raffaelleschi. Nei cataloghi commerciali dei professionisti attivi su scala nazionale, ma anche in specifici contesti locali; ai dipinti dell’artista è sempre dedicato il maggior numero di immagini proposte all’acquisto. A dimostrazione di una stretta corrispondenza tra sviluppo della fotografia, evoluzione della critica d’arte e storia del gusto.
L’esposizione presenta l’estrema varietà dell’offerta posta sul mercato che includeva fototipi dalle tonalità, misure e montaggi più diversi, destinati evidentemente a differenti categorie di fruitori: non solo studiosi e artisti, ma anche turisti, collezionisti e semplici amanti del bello che grazie al nuovo mezzo si avvicinavano all’arte. Alle opere pittoriche di Raffaello sono dedicati anche i primi particolari fotografici e il maggior numero di grandi formati. Queste fotografie, di cui la mostra espone 12 esemplari incorniciati, per la loro bellezza e inalterabilità possono essere considerate veri e propri surrogati dei dipinti, adatti ad essere appesi alle pareti e a decorare le nuove dimore borghesi.
L’eredità
Fondamentale fu il contributo dato dalla fotografia allo sviluppo della disciplina storico artistica e al lavoro dei conoscitori. Federico Zeri, in particolare, se ne avvalse per dirimere alcuni problemi attribuzionistici su opere associate a Raffaello e per documentare l’immensa fortuna visiva di alcune sue composizioni.
Il caso particolare della riproduzione della Santa Cecilia nella Pinacoteca Nazionale di Bologna chiude l’esposizione. Tra i materiali presentati in mostra: la prima fotografia conosciuta di quest’opera eseguita nel 1868 da Emilio Anriot, cartes de visite dal vero e dall’incisione prodotte da Deroche e Poppi negli anni Settanta; stampe positive dipinte a mano proposte prima della diffusione del colore; fotografie a luce radente eseguite attorno al 1930 a scopi diagnostici.
La ricchezza della documentazione, su questo e sugli altri soggetti raffaelleschi, testimonia come la fotografia abbia sempre riflesso il gusto dell’epoca e abbia a sua volta contribuito a formare la cultura figurativa di generazioni di fruitori.
Visite guidate gratuite
Giovedì 15 luglio, 17.30-18.30, con Francesca Candi
Prenotazione obbligatoria: fondazionezeri.fototeca@unibo.it
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Fonte: Fondazione Zeri







